In… Formazione: La Voce del Parroco
CUSTODIRE LA VITA – IL MALATO TERMINALE
Prima di affrontare le questioni morali emergenti nella situazione terminale della vita, sarà bene richiamare la differenza fra malato terminale e malato inguaribile.
Il malato inguaribile è il malato affetto da una malattia che non può essere guarita (ad es. AIDS), ma che spesso può essere ancora suscettibile di interventi terapeutici, i quali possono rallentare e modificare, anche notevolmente il decorso della malattia stessa. Il Malato Terminale è un malato ormai prossimo alla morte, nel quale gli interventi terapeutici specifici non possono più modificare l’andamento della patologia e lo scivolamento verso la morte, e nei quali sono utili solo le cure minimali e le cure palliative. Questo stato può prolungarsi per settimane o mesi.
Il Malato Terminale deve essere aiutato a vivere l’ultimo segmento della sua esistenza con dignità accogliendo con consapevolezza il sopraggiungere della morte, circondato dal rispetto e dalla cura che merita la vita umana in ogni fase della sua avventura terrena, anche nel suo declino.
A questo proposito nella carta degli Operatori sanitari si legge: «Quando le condizioni di salute si deteriorano in modo irreversibile e letale, l’uomo entra nello stadio terminale dell’esistere terreno. Per lui il vivere si fa particolarmente e progressivamente precario e penoso. Al male e alla sofferenza fisica si aggiunge il dramma psicologico e spirituale del distacco che il morire significa e comporta. Come tale il malato terminale è una persona bisognosa di accompagnamento umano e cristiano, cui medici e infermieri sono chiamati a dare il loro contributo qualificato e irrinunciabile» (Pontificio Consiglio Pastorale per gli operatori Sanitari, Carta per gli operatori sanitari, Città del Vaticano2 2015, n. 115.)
Nella tragica situazione di scacco costituita dalla morte, la fede cristianasi propone come sorgente di serenità e di pace, e ciò che è umanamente senza significato e assurdo può acquistare senso e valore.
Il Malato terminale è una persona che sta vivendo un’esistenza dolorosa e sgomentante, che dipende ormai del tutto, come un bambino, da coloro che lo assistono che presenta non di rado gli aspetti più ripugnanti della decadenza fisica e psichica e che, in preda all’angoscia e al dolore, talvolta sembra aver perso ogni dignità.
La vita umana conserva il suo altissimo valore, anche se la sua qualità è scarsa e sempre si devono riconoscere alla persona i suoi inalienabili e fondamentali diritti.
Vale anche per il Malato Terminale, il fondamentale principio della medicina centrata sulla persona, in base al quale non si cura mai soltanto un organo o una malattia, ma una persona: la cura del malato terminale deve essere perciò una cura totale, nella quale l’intervento analgesico ha importanza quanto l’accompagnamento psicologico e la detersione di un’ulcera da decubito quanto un sorriso e uno sguardo.
Il gesuita spagnolo M. Cuyas ha enunciato una serie dettagliata di diritti che si riferiscono alla situazione della persona nella fase terminale della sua vita, il cui riconoscimenti da parte di tutti è condizione perché il malato possa morire con dignità, cioè in modo degno dell’uomo:
Diritto a non soffrire quando il dolore può essere attenuato;
Diritto alle cure ordinarie e sintomatiche;
Diritto alla verità;
Diritto alla libertà di coscienza;
Diritto all’autonomia;
Diritto al dialogo confidente;
Diritto a non essere abbandonato;
Diritto alla comprensione
Don Massimo, vostro Parroco






