In… Formazione: La Voce del Parroco
CUSTODIRE LA VITA
Il suicidio assistito
Si pone con crescente insistente la questione se una persona possa decidere di darsi la morte per sfuggire intollerabili sofferenze fisiche e psichiche, e quindi se sia giusto collaborare a questo tipo di suicidio (suicidio assistito).
Sono noti gli esempi di medici antichi che aiutavano a morire i malati incurabili o coloro che preferivano la morte all’esilio o al disonore, ma il giuramento d’Ippocrate, testimonianza autorevole dell’etica classica, conteneva a questo riguardo un rifiuto esplicito e fermo:
«Mai, anche se richiesto, somministrerò farmaci letali né commetterò mai cose di questo tipo»
I motivi etici tradizionali contro il suicidio sono che il suicidio costituisce un’ingiustizia verso la società alla quale noi siamo legati, che il suicidio di uno è un’offesa alla dignità di tutta l’umanità, e soprattutto che il suicidio è irrazionale perché va contro il naturale istinto di conservazione.
Le legislazioni civili in genere non ammettono il suicidio, perché ritengono la vita un bene irrinunciabile e indisponibile, del quale cioè non si può disporre liberamente come se fosse un oggetto che noi possediamo. La vita non è un oggetto: io sono un vivente.
Secondo la tradizione morale cristiana ciascuno di noi ha ricevuto la vita da Dio, che resta l’unico Signore delle nostre esistenze, per cui non se ne può disporre autonomamente, e di conseguenza – si legge in Evangelium vitae – «condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta» (EV n. 66).
Con toni drammatici si esprime Sant’Agostino:
«Non è mai lecito uccidere un altro, anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l’anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere.» (Epistula 204,5)
Attualmente si sta facendo strada l’idea, dipendente da una concezione distorta della libertà umana, che l’autonomia di una persona possa giungere a scegliere se continuare a vivere o darsi la morte, benché, dal punto di vista puramente razionale, sia davvero paradossale che un soggetto esprima se stesso e la sua libertà autodistruggendosi. Questa idea della legittimità al suicidio, inizialmente sostenuta da una minoranza, sta entrando nella mentalità comune e viene recepita in modo favorevole dalla gente come una risposta drastica, ma efficace, al problema del dolore e della morte. Sotto la spinta dell’opinione pubblica ci sono in vari Paesi progetti di legge tendenti a legalizzare o almeno depenalizzare questa pratica, e in alcuni, come l’Olanda, si è introdotto il principio della legittimità dell’assistenza al suicidio da parte di personale medico.
Don Massimo, vostro Parroco






