In… Formazione: La Voce del Parroco

Custodire la vita

L’Eutanasia, distinzioni terminologiche e concettuali

Nella letteratura bioetica ci sono molte distinzioni e tanta confusione terminologica e concettuale. Una prima distinzione riguarda l’intenzione dell’agente, per cui si potrebbe distinguere fra eutanasia diretta e indiretta, così come si distingue fra suicidio diretto e indiretto, fra aborto diretto e indiretto, fra sterilizzazione diretta e indiretta.

Di fatto, con la parola eutanasia ci si riferisce di solito alla sola eutanasia diretta, intendendo con questo termine qualsiasi intervento (commissivo – ad es. somministrazione di veleno – od omissivo – ad es. non esecuzione di un intervento chirurgico) che in sé o nell’intenzione che lo dirige tende ad accelerare o procurare la morte. Si tratta dell’eutanasia in senso stretto, nella quale si vuole la morte o comunque si contribuisce immediatamente a procurarla.

Si potrebbe indicare con l’espressione eutanasia indiretta ogni atto che può affrettare o procurare la morte di un malato, ma senza che questo sia voluto direttamente dall’agente: manca quindi un’intenzione direttamente ed esplicitamente uccisiva. L’accelerazione della morte può essere la conseguenza o l’effetto collaterale non voluto, anche se previsto, di un atto medico (principio dell’atto a duplice effetto, ad es. in una terapia analgesica molto aggressiva che aggrava la già precaria situazione respiratoria o cardiaca di un malato terminale). Per evitare confusioni, pur essendo la dizione eutanasia indiretta un modo di esprimersi tecnicamente ineccepibile, in questi casi è bene non usare la parola eutanasia.

Riguardo ai mezzi con cui si ottiene l’eutanasia, si parla di eutanasia attiva o commissiva, se la morte avviene in seguito a un atto come la somministrazione in dosi letali di un antiaritmico, e di eutanasia passiva od omissiva se la morte avviene per l’omissione di interventi essenziali, come la somministrazione di nutrizione e di idratazione.

Dal punto di vista etico, se esiste una volontà eutanasica diretta, non fa ovviamente molta differenza uccidere una persona in modo o in un altro. Bisogna però stare attenti perché non ogni astensione da una certa terapia o cura è eutanasica.

 A volte l’astensione da una certa terapia non è mossa da intenzionalità eutanasica, ma è invece una legittima e talora doverosa astensione dal ricorso a terapie non adeguate: questa non può dirsi eutanasia, ma è piuttosto una saggia rinuncia a terapie sproporzionate o addirittura all’accanimento terapeutico.

Infine, è invalso l’uso nella bioetica nordamericana di denominare eutanasia volontaria quella eseguita su richiesta dall’interessato (praticamente un suicidio assistito) o, comunque, con il suo consenso, ed eutanasia non volontaria quella praticata su una persona che non può dare un consenso (ad es. malato in coma in coma, portatore di grave handicap psichico che non è in grado di disporre di sé).

A rigore, anche l’eutanasia di un soggetto non consenziente è un’eutanasia volontaria dal punto di vista di chi la causa, per cui sarebbe meglio parlare rispettivamente di eutanasia di consenziente e di eutanasia di non competente.  

Don Massimo, vostro Parroco